Il paradosso un po’ zen dei bonsai monumentali

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( di TIZIANO FRATUS)

Ebbene sì, esistono i bonsai. I cercatori di grandi alberi, secolari o monumentali che siano, non apprezzano il bonsai, lo si ritiene un esercizio di stile e di violenza perpetrato nei riguardi delle piante, una forzatura presuntuosa della specie Homo Sapiens Sapiens su altre specie del creato. Durante la scrittura di un libro che uscirà nei prossimi mesi per Feltrinelli mi sono scoperto addosso questo pregiudizio. Ho quindi deciso di affrontarlo e mi sono recato, in una di quelle giornate fatte soltanto di pioggia e di piccoli fastidi del corpo e dell’anima, nell’hinterland milanese, treno da Torino a Milano, metro linea rossa fino a Molino Dorino, autobus per San Lorenzo di Parabiago. A pochi passi dalla fermata la sede storica delle famiglia Crespi, dove ha sede il Crespi Bonsai Museum. Mi accoglie con gentilezza la figlia, Susanna, che mi accompagna nel museo. Il posto è una meraviglia, tutto curatissimo, qui lo spirito zen – in qualunque declinazione lo possiate coniugare – pervade ogni cosa, dalla disposizione dei bonsai da acquirente della domenica (come chi scrive) alla disposizione delle piante che occupano il giardino, dove vedo un inconsueto esemplare di Quercus rubra americana policormica, contrariamente all’architettura a un tronco che caratterizza i grandi esemplari che popolano Milano. Il CBM è ricchissimo di esemplari ultra e plurisecolari, specie che il bonsaista conosce a menadito mentre il botanico, abituato alle specie prevalenti presenti nei giardini italiani, conosce spesso soltanto di nome: Taxus cuspidataCarpinus turczaninowiiPinus thumbergiiFagus crenataLiquidambar formosanaZelkova nireBlachia chuniiPistacia chinensisPinus pentaphyllaJuniperus chinensis, anche unaStewartia pseudocamellia coll’elegante tronco color rame che avevo visto soltanto ai giardini di Villa Taranto a Verbania; nonché specie incontrate nelle proporzioni naturali come Ginkgo bilobaPicea abiesAcer palmatumCeltis sinensisChamaecyparis obtusa, un sorprendente larice ( Larix decidua) che m’impressiona, così minuto per i suoi 90 anni. Si approda in una stanza custodita da statue, al centro troneggia un esemplare millenario (stima) diFicus retusa: emana un senso di pace. Si apre come un ventre radicale e corticale al visitatore, è alto 3 metri e pochi centimetri, 280 cm di lunghezza alla base, una spina dorsale a parentesi tonda fatta di tronchi e radici aeree che si sono fatte sostegno. Supera le dimensioni degli altri bonsai, di molto, ma non assomiglia ai tanti ficus della medesima specie che ho incontrato nei viali delle città siciliane e sarde. Non so se sa di stupire, pare uno di quei vecchietti giapponesi che si vedono tratteggiati in punta di china, un modesto esibizionista, che se la ride ma tutto raccolto nella sua meditazione.

 

(tratto da: http://www.lastampa.it/2012/12/08/blogs/il-cercatore-di-alberi/il-paradosso-un-po-zen-dei-bonsai-monumentali-hxTNlSukqBlvORF4E0jWPM/pagina.html

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